RECENSIONE "Vite di paese" di Maria Caterina Basile

Titolo: Vita di paese
Autrice: Maria Caterina Basile
Editore: Nulla Die
Genere: Romanzo di formazione
Formato: cartaceo
Prezzo:  8,50 €
Data pubblicazione: 30 agosto 2017 
Pagine: 74
Serie: Autoconclusivo
Vita di paese racconta la storia di Damiano Pellegrino, trentacinquenne che, dopo diciassette anni passati a lavorare come barista in Svizzera, ritorna nella sua terra, il Salento.    Si tratta di una decisione improvvisa, motivata da una crisi profonda alla quale egli vuol porre fine una volta per tutte. Stanco di vivere nell’incessante rimorso di non essere stato al fianco del padre la mattina che quest’ultimo era stato colto da un infarto, Damiano si mette al volante e torna al suo paese, Miraggio.    Una volta a casa, si rende conto che l’unico ad essere cambiato è lui; ossessionato dal senso di colpa, aveva scelto di escludere dalla sua vita familiari e amici. Inoltre, il lavoro che aveva condotto esclusivamente di notte, non aveva fatto altro che spianargli la strada all’isolamento. Si era dunque chiuso in se stesso, vedendo nel suo modo di essere la causa della sciagura che si era abbattuta sulla sua famiglia.     La mattina che il padre era morto, infatti, Damiano si era rifiutato di aiutarlo nel lavoro in campagna ed aveva preferito andarsene in giro con gli amici. Del resto, era stato un ragazzo particolarmente irrequieto, poco ligio al dovere, al contrario dei suoi fratelli, Salvatore e Cosimo. Le uniche attività che riuscivano a domarlo erano la lettura e la scrittura, ma non erano bastate a fargli mettere la testa a posto.     La prima persona che incontra a Miraggio è proprio il suo professore di italiano alle medie, don Carlo Brigante, il quale lo aveva sempre spronato a continuare gli studi ed a scrivere. Damiano è sorpreso nel constatare che l’uomo non solo non ha smesso di credere in lui, ma addirittura si aspetta ancora che scriva il libro della sua vita.
Damiano sente che una forza misteriosa vuole portarlo a liberarsi dal rimorso che lo ha condannato alla fuga dalla terra natia e da se stesso. Pur tentando di continuare a vivere in completo isolamento, dormendo di giorno e vagando nella notte in preda a sconnessi soliloqui, pian piano non può fare a meno di cedere all’umanità semplice delle persone che lo circondano. Inizia a frequentare il bar del paese e si accorge che le sue pene e i suoi tormenti non sono diversi da quelli di nessuno; quando affronta la crisi più forte, rivivere il giorno della morte del padre, la mamma gli resta accanto e lo avvia alla guarigione.     Damiano comincia a guardare se stesso con occhi nuovi: quelli pieni di pietà e misericordia di chi lo circonda. Nei pochi mesi passati al paese è travolto da un vortice continuo di riflessioni sull’esistenza: il cambiamento, tutto interiore, è inevitabile. Seguendo il consiglio del professor Brigante, ritorna a scrivere e sceglie di occuparsi della terra del padre, la stessa in cui, diciassette anni prima, aveva avuto origine il suo rimorso.



Maria Caterina Basile è nata a Taranto nel 1981. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università del Salento. È autrice di Timothy Leary. La religione della coscienza dalla rivoluzione psichedelica ai rave (Alpes Italia, Roma, 2012).
Sue liriche sono apparse sulle antologie Quando ritorna la stagione aprica (Centro Giovani Casalotti, Artemide Editrice, Roma, 1999), Il Federiciano 2010 (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2010); sulla rivista Gradiva, International Journal of Italian Poetry (Stony Brook, NY, 2011); sul blog Thema (http://thematico.blogspot.it/, 2012); nei libri Sotto l’Albero delle Mele Vol. 2, Parole in fuga – volume 9, L’indice delle esistenze – Le Diversità,  Il Federiciano – Libro Indaco, (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2013), L’indice delle esistenze – L’Italia, L’indice delle esistenze – I Ricordi (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2014). Nel 2006 ha ricevuto il Diploma Honoris Causa dal “Centro Divulgazione Arte e Poesia Ignazio Privitera”.     Attualmente vive in provincia di Lecce


Miei cari lettori oggi vi parlo di questo piccolo romanzo, che la casa editrice Nulla Die definisce con il termine “Romanzo Breve” e sul serio lo è visto che è racchiuso in meno di 80 pagine. 
Se si desidera leggere per puro diletto, senza impegno emotivo o cerebrale, per il gusto di leggere una storia leggera e che non impegni l’anima, ma la diverta e le faccia provare solo piccole emozioni positive, quel tanto che basta per sentirsi sollevati dal pavimento della vita, allora questo romanzo non fa per questo tipo di desiderio. 
Ho cominciato a leggere il romanzo con il cuore fluttuante e questo ha reso difficile leggere le prime pagine. Le ho rilette più volte e non riuscivo ad entrare in quella prima persona così immersa nella sua vita, nella sua interiorità sofferente che non conoscevo e nella quale non mi riconoscevo. Un immergersi in pensieri vagabondi, senza radice, congetture, divagazioni dell’animo, pensieri gonfi di parole elencate senza virgole, urgenti e frastornanti. Ho dovuto continuare a leggere cercandolo questo io narrante. E poi, è apparso Damiano in viaggio verso la sua terra dopo 17 anni di esilio volontario ed estraniante in terra lontana, fuggito a 18 anni dalla noia e dal grigiore soffocante della sua terra dove lui si sente estraneo, diverso, incapace di omologarsi. 
Si scoprono i luoghi e le persone che lo circondano e fanno la sua storia attraverso i suoi occhi che non sono limpidi, ma macchiati da un forte senso di colpa per l’abbandono. Tornato a casa in cerca del passato, della sua gioventù perduta e aberrata, nascosta sotto cumuli di vita inutile e vuota. Non si trova più Damiano, ma non si trovava neanche prima quando era fuggito. Il ritorno è la ricerca di un nuovo inizio, una fuga per sopravvivere, per ritornare a sé. Non alla normalità che in ogni caso non può vivere e lo vede riluttante, scontroso e ostile, ma al vero sé che non sa chi è. Una ricerca spasmodica, piena di sensi di colpa, di tristezza o meglio mestizia che rende ancora meglio lo stato di prostrazione del suo animo. Nemmeno i luoghi stupendi della sua infanzia, bellissimi quelli del Salento, placano il suo animo in battaglia. 
Questo io tormentato trova all’improvviso una luce, uno spiraglio, ha un risvolto inatteso, veloce, troppo rapido rispetto al tormento lungo di anni. Capisce che deve ritornare lì dove tutto ha inizio, dove sono le radici con la linfa vitale. Ritorna indietro, ricuce lo strappo, rientra nella sua vita, ricollega i fili spezzati e ricomincia da dove aveva interrotto. Il ritorno in sé lo rende sereno, gli mostra il cammino e lo riconcilia con sé stesso. 
Nessun personaggio emerge oltre a lui, tutti sono un contorno della sua esistenza, perdono luce e si appiattiscono, solo lui svetta al centro anche del paesaggio. 
Dal punto di vista della scrittura, la ritengo inappuntabile, anche se a volte faticosa, perché prolissa, troppo ricca di elenchi di emozioni., sensazioni, pensieri, aggettivi tutti in fila , infiniti per dare troppe sfumature dello stesso sentimento. A volte è faticoso rimanere nei meandri di questa mente stanca e rigirante, che rimescola sempre le stesse sensazioni, gli stessi pensieri.  Penso che solo chi ha subito uno strappo come il suo e si è allontanato dalla sua terra, dalla sua vita, ma anche dalla su anima  possa comprendere il suo stato d’animo, gli altri ne restano un poco confusi all’inizio, devono centrare il problema, ma è proprio questo il punto. Non è facile trovare riposte ai propri sé e ai propri ma. 

Buona Lettura!!!


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